Pianificare il post Coronavirus? E' possibile, ma unicamente facendo queste due cose

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Pianificare il post Coronavirus? E' possibile, ma unicamente facendo queste due cose

Pianificare il post Coronavirus? E' possibile, ma unicamente facendo queste due cose

Prima cosa; non ci sarà un'ora X da “liberi tutti”. La data verrà definita dai dati e dagli esperti. Seconda: per ripartire occorreranno standard di sicurezza codificati, severissimi e omogenei in tutte le aziende.

Morti o produttività?

Brutale, ma il tragico dilemma intorno al quale ruota la questione della cosiddetta "Fase Due" è esattamente questo. 

La Scienza ci dice che non dobbiamo abbassare la guardia in attesa che arrivi il vaccino. 

La Politica ci spiega che nei prossimi mesi dobbiamo abituarci a convivere con il coronavirus.

 

E l’economia?

Semplicemente dice che dobbiamo riaccendere i motori della produzione o ci attenderà la bancarotta.

Tutti hanno una parte di ragione ed i dirigenti dovranno trovare la soluzione corretta.

Affrontare il presente, salvando le persone dalla minaccia del contagio. Garantire il futuro, proteggendole con la certezza del lavoro. In questi primi due mesi di lotta alla pandemia abbiamo affrontato l'emergenza sanitaria come abbiamo potuto: da "nazione-pilota" colpita da un'Apocalisse mai vista dal dopoguerra. Alternando divieti e raccomandazioni. Pasticciando su mascherine e tamponi. Lasciando troppo soli medici e infermieri. Bisticciando tra Stato e Regioni.

 

Gestione dell’emergenza finanziaria.

Anche questa gestita così così.

Cig straordinaria per i dipendenti e bonus troppo modesti per gli autonomi. Adempimenti fiscali rinviati di appena due mesi e nuovi debiti (sotto forma di prestiti garantiti) per le imprese. Ma adesso che la "curva maledetta" comincia a flettere, urge il salto di qualità. "Riapertura", "ripartenza": ognuno la chiami come vuole.

Secondo Confindustria: prolungare il lockdown significa "continuare a non produrre", non fatturare significa "non pagare gli stipendi del prossimo mese".

 

L'allarme è indiscutibile: il Paese perde 10 punti di Pil in due semestri, le aziende bruciano fatturato per 100 miliardi al mese, il made in Italy lascia sul campo 30 miliardi di export. Ci sono aziende che vivono in un paradosso. Nell'automotive la Mta ha chiuso gli impianti a Codogno ma ha già ricominciato a produrre negli stabilimenti di Wuhan. Nella siderurgia la Feralpi ha fermato le macchine nella fabbrica di Brescia ma non le ha mai spente nello stabilimento in Germania. La richiesta è dunque comprensibile: riapriamo dopo Pasqua, "a partire dalle regioni meno colpite dal virus, e per settori".

 

Il premier Conte lo sa e chiede a tecnici e ministri di "progettare la Fase Due". 

Walter Ricciardi dà appuntamento "tra due settimane", per verificare se i numeri consentono un graduale ripristino delle attività commerciali e industriali. Di fronte a questo Male, le decisioni dello Stato vengono prima delle ragioni del Capitale. Stavolta non possono esserci pressioni o forzature. Quando ci sono state, abbiamo visto com'è finita. Gli aperitivi di Zingaretti ai Navigli, i #Milanononsiferma di Sala e i #Bergamononsiferma di Gori nascono da lì. Il devastante focolaio di Alzano e Nembro nasce dalla ostinata contrarietà alle "zone rosse" manifestata dalle associazioni imprenditoriali di quei territori. E indigna sentire il presidente di Confindustria Lombardia, Bonometti, che attribuisce l'immane bilancio delle vittime in Val Seriana ai "troppi animali in circolazione". Uno schiaffo all'intelligenza, un oltraggio a quei morti.

 

Esempio virtuoso? Ancora una volta quello tedesco

Lo spiega il leader degli Industriali di Brescia, Pasini: screening di massa, obbligo di mascherine, guanti e distanziamento per tutti i dipendenti, misurazione giornaliera della temperatura, sanificazione dei locali e degli spogliatoi a ogni cambio turno. Sarebbe magnifico: ma dobbiamo dirci con franchezza che oggi, in questo Paese, non siamo in grado di garantire queste "buone pratiche".



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