Coronavirus: il punto sulla situazione di Andrea Crisanti, il virologo che ha ‘salvato’ il Veneto

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Coronavirus: il punto sulla situazione di Andrea Crisanti, il virologo che ha ‘salvato’ il Veneto

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Andrea Crisanti, professore di parassitologia molecolare all’Imperial college di Londra, è rientrato in Italia come direttore del laboratorio di microbiologia e virologia dell’Università (e azienda ospedaliera) di Padova, portando un prezioso contributo.

 

E’ noto soprattutto per essere l’uomo che ha guidato il Veneto fuori dall’emergenza coronavirus, risparmiando alla regione uno scenario catastrofico come quello lombardo.

Contrariamente alle indicazioni dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms), Crisanti ha insistito per fare i tamponi a tutti i contatti dei presunti infetti, tuttavia il suo esempio non è stato seguito da altre Regioni che si ostinano a sperimentare test sierologici che non servono a nulla.

Secondo Crisanti: “All’inizio sicuramente i reagenti sono mancati, ma non credo che adesso siano più un grandissimo problema: penso che ora la vera questione sia che non si è capito perché è così importante fare i tamponi. E non si è capito che fare i tamponi, e particolarmente importante farli ai contatti e a quelli che potenzialmente sono entrati in contatto con la persona infetta, abbatte la trasmissione. Se non si capisce l’importanza di questa strategia di fatto rimarremo sempre con queste polemiche”.

“In altre regioni si pensa che il tampone serva solo a fare la diagnosi. In realtà, se arriva una persona che sta male, da sette-otto giorni, con tutta la sintomatologia canonica e il quadro radiologico, il tampone non c’è nemmeno bisogno di farlo: dovrebbero farlo invece tutte le persone con cui la persona è entrata in contatto. È, insomma, essenzialmente una questione di decisioni strategiche”.

Dove ci si contagia oggi

Principalmente a casa e nelle istituzioni come le Residenze sanitarie per anziani (Rsa), ma ci sono anche tantissime attività produttive o commerciali che sono attive.

 

Per riaprire servirebbero informazioni più certe sul virus. Se le persone usano le mascherine le possibilità che il virus si depositi sulle superfici è limitata, infatti anche se questo resiste sulle superfici in determinate condizioni di temperatura e umidità, il passaggio delle goccioline danno al virus meno possibilità di depositarsi. In più, esistono casi di persone che erano convinte di aver sconfitto la malattia, anche se in forma debole, per questo i test sierologici hanno dato esito negativo dimostrando che non servono a nulla.

A che estate andiamo incontro?

Secondo Crisanti è difficile dire a che estate andiamo incontro perché stiamo affrontando questa cosa in maniera troppo caotica mentre ci vorrebbe invece una risposta unitaria.

In primo luogo, non tutte le regioni sono pronte per riaprire, non si conosce l’incidenza della malattia per giorno, per regioni e per classi di popolazione, inoltre hanno casi diversi e capacità di affrontarli diversi.

Chiaramente l’epidemia era un evento in qualche modo imprevedibile, quindi possiamo anche giustificare l’impreparazione, ma quello che non è giustificabile è riaprire essendo ancora impreparati.

Ci sono molti dati utilizzati per prevedere la fine della pandemia in Italia e nel mondo, ma non possiamo averne certezza e dobbiamo agire con cautela. Secondo i calcoli del Data-Driven Innovation Laboratory la fine della pandemia Coronavirus nel mondo dovrebbe avvenire il 16 giugno 2020, mentre la fine al 100% è prevista per il 27 novembre 2020.

In Italia, invece, la fine al 99% è prevista per il 23 maggio, mentre al 100% è prevista al 30 agosto 2020

Qualche giorno fa l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha annunciato che ci saranno altre ondate, addirittura, potrebbe verificarsi una seconda e una terza. Hans Kluge, il direttore regionale per l'Europa dell'Organizzazione Mondiale della Sanità ha affermato: "è essenziale prepararsi a una seconda o una terza, particolarmente se non c'è ancora un vaccino disponibile". Bisogna essere preparati, la sanità pubblica deve avere una maggiore prominenza nella società. Dobbiamo avere una sanità pubblica forte".

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