Coronavirus e test sierologici: l’immunologo Mantovani rileva perché non siamo ancora protetti e per quanto

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Coronavirus e test sierologici: l’immunologo Mantovani rileva perché non siamo ancora protetti e per quanto

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Secondo l’immunologo Mantovani ancora non si sa, se la presenza di un certo quantitativo di anticorpi assicura protezione contro l’infezione. Lo studio epidemiologico su 4000 dipendenti Humanitas rivela che il 13% ha contratto il virus

Coronavirus e test sierologici, l'immunologo Mantovani: ancora non sappiamo se la presenza di un certo quantitativo di anticorpi protegge contro il virus.

Dalla Sardegna al Trentino Alto Adige viene richiesta la patente di immunità per i turisti, ma ci si chiede se abbia senso fare i test sierologici ai visitatori per capire se hanno sviluppato immunità a Covid-19

Mantovani lo sostiene da tempo, come anche l’Organizzazione mondiale della Sanità: questi test per la ricerca di anticorpi per Sars-CoV 2 sono uno strumento prezioso per valutare la prevalenza e la diffusione del virus in alcune condizioni cliniche, ma non danno una patente di immunità. “Sul singolo ad oggi ancora non sappiamo se la presenza di una certa quantità di anticorpi è la spia di una risposta immunitaria che assicura protezione contro l’infezione”.

I test sierologici in circolo sono affidabili?

Secondo Mantovani, Lo Stato e la Regione Lombardia hanno scelto due test validi: per i sierologici sulle malattie infettive sono richiesti alti livelli di specificità e sensibilità (oltre 97%) per evitare il rischio di falsi positivi e falsi negativi.

Oggi, in commercio, c’è un gran numero di test, ma molti non sono stati validati in modo rigoroso. Il governo britannico, ad esempio, ha acquistato 35 milioni mascherine che si sono poi rilevate inaffidabili. Qualità del test a parte, una persona con la presunzione di essere immune potrebbe decidere di non usare sempre la mascherina e non rispettare il distanziamento sociale: potrebbe invece ammalarsi, oltre a portare in giro il virus.

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PER APPROFONDIRE

  •       Lo speciale di Corriere Salute: la parola alla scienza per spiegare Covid-19;
  •       La mappa del contagio nel mondo: ecco come si sta diffondendo il virus;
  •       La mappa del contagio in Italia: regione per regione e provincia per provincia;
  •       I grafici sull’andamento giornaliero dei casi positivi in Italia;
  •       I dati della Lombardia, Comune per Comune.

Come mai ancora oggi non ci sono evidenze sull’efficacia dell’immunità data dagli anticorpi?

Nella risposta immunitaria classica prima arrivano gli anticorpi di classe IgM e poi a distanza di giorni quelli di classe IgG, che solitamente sono neutralizzanti. Nel caso del nuovo coronavirus, però, a volte le due immunoglobuline compaiono insieme o invertite: quando ci sono gli anticorpi IgG è possibile che il virus sia ancora presente ed è per questo che serve il tampone.

Quindi chi è guarito da Covid-19 non lo è per sempre?

“Per chi ha davvero sviluppato la malattia possiamo ragionevolmente pensare che per un certo periodo resterà protetto da Sars-CoV-2. La Sars dava ai guariti un’immunità di 2-3 anni e questo virus gli è parente.

La difficoltà sta nel fatto che la stragrande maggioranza delle persone che incontra Covid-19 o non si ammala o lo fa in modo blando, per questo è più complesso sapere se la risposta immunitaria sia davvero protettiva o se rischiano di infettarsi ancora.

Quali sono gli scenari dopo un test sierologico?

Possono succedere tre cose:

  1.     il test sierologico è negativo, ma in realtà il soggetto potrebbe avere il virus perché, la risposta immunitaria può comparire fino a 15/20 giorni-20 giorni dopo l’esposizione, quindi potrebbe essere contagioso senza saperlo.
  2.     Se il test sierologico è positivo, le opzioni sono due:
  3.           La persona ha incontrato il virus e il suo sistema immunitario lo ha eliminato;
  4.         Pur avendo gli anticorpi, il virus è ancora presente e la battaglia ancora in corso.

Con tante incertezze a che cosa servono questi test?

“Sono utili alle indagini epidemiologiche come ad esempio quella di Humanitas, resa disponibile alla comunità scientifica, la prima su vasta scala in Italia, guidata dalla Professoressa Maria Rescigno. Sono stati testati 3985 tra medici, infermieri, staff amministrativo, ricercatori, nelle strutture Humanitas del territorio lombardo.

È emerso che 11- 13% del personale è venuto in contatto con il coronavirus. Da ciò si capisce che l’ospedale, se ben protetto può essere un luogo sicuro per i pazienti e per chi lavora, per questo Mantovani invita gli italiani che hanno malattie a tornare in ospedale per farsi curare.  Dai dati emerge che i positivi per anticorpi tra il personale è in linea con la situazione del territorio di appartenenza: dal 3% di Humanitas Medical Care di Varese al 35- 43%, di Humanitas a Bergamo, la zona più colpita in Italia.

In questi giorni si sta parlando di virus attenuato, lei che ne pensa?

In banca dati ci sono cinquemila sequenze genetiche e nessuna indica che il virus si sia attenuato. I pazienti sono molto meno gravi, ma i motivi possono essere molti: l’esperienza, ci ha fatto conoscere la malattia ed oggi agiremo e ci comporteremo meglio, così anche i più fragili saranno più protetti.

“infine, le malattie causate dai virus respiratori si attenuano con la primavera e l’estate perché stiamo di più all’aperto e in casa teniamo le finestre aperte e la quantità dell’esposizione al virus cambia. A breve sarà pubblicato uno studio finanziato dalla Fondazione Cariplo che ha sequenziato 350 ceppi virali in Lombardia. Aspettiamo di capire che cosa ci dirà”, conclude Mantovani.

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